Arrivano gli aiuti della Federazione, “dalla Russia con amore”

Nella giornata di ieri sono atterrati a Pratica di Mare gli ultimi due aerei da trasporto IL-76 dell’aeronautica militare russa. I velivoli, che trasportano personale medico e materiale sanitario, si aggiungono agli altri sette atterrati a partire dalla sera di domenica.

Gli aiuti, dopo aver fatto scalo a Sochi e aver sorvolato la Turchia per evitare lo spazio aereo polacco, sono stati ricevuti all’atterraggio dal Ministro degli Esteri Luigi di Maio, che ha ringraziato pubblicamente la Federazione Russa per la solidarietà all’Italia durante l’emergenza, affermando che “coltivare certe amicizie sta pagando”. Gli aiuti, nelle scorse settimane, erano arrivati da moltissimi paesi del mondo, Usa, Cina, Cuba, Venezuela, Brasile, mentre è di poche ore fa la notizia che la Germania si farà carico di 6 pazienti in terapia intensiva dagli ospedali lombardi.

Il personale medico giunto dalla Russia, 120 persone afferenti alla Protezione Civile e all’Esercito russo, sarà assegnato all’ospedale di Sondalo, come fa sapere l’assessore lombardo Giulio Gallera. Insieme alle otto brigate mediche, sono arrivati diversi veicoli militari da trasporto, tra cui un laboratorio mobile. Il materiale sanitario comprende mascherine, ventilatori polmonari, tamponi e tutte anticontaminazione, oltre a speciali attrezzature di sanificazione. Insieme ai 100 ventilatori polmonari, dovrebbero arrivare anche i componenti per realizzare ospedali da campo.

Di Maio ha dichiarato che entro oggi, tra aiuti Russi e da parte dei paesi europei, arriveranno in Italia 10 milioni di mascherine, mentre per il prossimo mese si aspetta l’arrivo di diversi carichi di materiale sanitario dalla Cina, per un totale di 100 milioni di mascherine; secondo quanto dichiarato dallo stesso Ministro è il numero di mascherine corrispondente al fabbisogno mensile italiano. Sui pacchi di materiale e sulle fiancate dei veicoli della Federazione, un adesivo recita “dalla Russia con amore”, riprendendo in maniera ironica il titolo del famoso film di 007.

Gli aiuti sono seguiti alla telefonata di sabato tra il Presidente Putin e Giuseppe Conte, che avrebbe portato all’accordo trai rispettivi Ministri della Difesa nella sera dello stesso giorno. Non è chiaro il ruolo del deputato federale tedesco Ulrich Oehme, di AFD, che avrebbe fatto da mediatore insieme al deputato leghista Paolo Grimoldi, contattando il deputato russo Leonid Slutsky nella giornata del 10 marzo per chiedere un supporto per combattere l’epidemia.

di Francesco Dalmazio Casini

Opec, guerra del petrolio tra Russia e Arabia Saudita

Per capire meglio gli avvenimenti che vedono come protagonisti Russia, Usa e Arabia Saudita, nella vicenda del crollo dei prezzi del petrolio, bisogna andare indietro fino a risalire agli impatti del commercio dello shale oil statunitense sul mercato e alla nascita dell’Opec Plus.

2016

Il 30 novembre del 2016 l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (Opec) decide di tagliare la produzione di 1,2 milioni di barili al giorno. L’obiettivo dei Paesi produttori è quello di risollevare le quotazioni precipitate all’inizio dell’anno. Per la prima volta ai tagli si uniscono paesi esterni all’Opec, in primis la Russia.

Questo fatto sancisce la nascita dell’Opec Plus, un’alleanza formale tra l’Opec e tutti gli altri Paesi, guidati dalla Russia, che portano avanti un piano di tagli concordati della produzione petrolifera mirato a mantenere i prezzi del petrolio sopra un certo limite (50-60 dollari al barile) a fronte di un livello di domanda stagnante.

Il tracollo dei prezzi era stato innescato dalle decisioni assunte nel vertice Opec del 27 novembre 2014, quando l’Arabia Saudita riuscì a far prevalere la sua volontà di mantenere l’output invariato, nonostante il forte aumento dell’offerta globale legato al boom dello shale oil nordamericano, un tipo di petrolio non convenzionale non estratto ma prodotto processando dei particolari minerali.

I produttori di shale oil ottennero ingenti entrate economiche, a spese i paesi produttori di greggio più vulnerabili, come la Nigeria e il Venezuela.

2017

Il 25 maggio 2017 – riuniti in Austria – i Paesi Opec e non Opec concordano di estendere per ulteriori 9 mesi i tagli alla produzione petrolifera. Aderisce all’intesa anche la Russia, partecipando alla riunione di Vienna.

2018

A giugno 2018 vi è un’inversione di rotta rispetto ai tagli alla produzione a causa dell’innalzamento dei prezzi del mercato petrolifero. Tra le cause che spingono Russia e Arabia Saudita ad incrementare le estrazioni, vi sono le sanzioni Usa all’Iran che, secondo le loro previsioni, avrebbero tolto quote di greggio al mercato globale (previsione che risulterà sbagliata).

A dicembre i Paesi dell’Opec Plus determinano una nuova inversione, decidendo di tornare a tagliare la produzione, a partire dal primo gennaio 2019, portandola a 1,2 milioni di barili al giorno. Al nuovo meeting viennese il clima diventa teso, a causa dell’uscita del Qatar dall’organizzazione dopo 57 anni e delle pressioni da parte del presidente Donald Trump. I 14 paesi dell’Opec e i 10 non Opec decidono infine di ridurre le estrazioni petrolifere a causa dell’eccesso di offerta sul mercato che ha fatto crollare i prezzi.

2019

A luglio 2019 l’Opec Plus non cambia politica ed estende i tagli per altri nove mesi, fino a marzo 2020.

Nonostante la frenata della produzione, la Russia nel 2019 immetterà sul mercato più di 11.25 milioni di barili al giorno, un record raggiunto solo ai tempi dell’Unione sovietica, superando quindi la quota prevista dagli accordi.

Il Ministero dell’Energia giustifica il superamento a causa dei limiti di un clima rigido e a problemi tecnici dovuti alla crisi della contaminazione da idrocarburi di Druzhba.

Aleksandr Valentinovič Novak, il ministro dell’Energia, nel dicembre 2019 dichiara che “i tagli della produzione di petrolio non possono essere eterni” e che la Russia deve difendere la sua quota di mercato globale lasciando che le sue compagnie petrolifere sviluppino nuovi progetti.

L’Arabia Saudita invece fa passi avanti verso il nuovo obiettivo, tagliando più del doppio di quanto previsto dall’accordo e raggiungendo quasi la quota di 9,7 milioni di barili al giorno.

Gennaio 2020

Cala il prezzo del petrolio del 10% a causa della diffusione del Coronavirus. Le notizie scuotono i Paesi dell’Opec. La Cina, epicentro dell’epidemia, è il più grande importatore di greggio ed è un mercato chiave per diversi membri Opec.

L’Arabia Saudita, in attesa del vertice di marzo, decide di mantenere la produzione a 9,74 milioni di barili al giorno, ma solo se altri paesi rispetteranno i propri limiti di produzione. La Russia fa attendere la sua decisione in merito.

Febbraio 2020

A febbraio gli effetti relativi al contagio del coronavirus sono ancora incerti. Negli Stati uniti i consumi tengono e la domanda rimane piuttosto robusta. Alexander Novak manifesta la disponibilità a proseguire la politica dei tagli, ma fa sospirare l’appoggio a misure straordinarie per contrastare il coronavirus.

Il bollettino mensile Opec conferma la necessità di tagli supplementari. Il Coronavirus ha indotto l’Opec a ridurre le stime sulla domanda.

Marzo 2020

Fallisce il vertice Opec Plus a Vienna e non si raggiunge alcun accordo tra i paesi. I prezzi del petrolio sono immediatamente andati a picco, con perdite intorno al 9%.

Il rifiuto del Cremlino fa scattare la risposta saudita che decide di aumentare la produzione per colpire gli interessi russi. Ne deriva la guerra dei prezzi tra Arabia Saudita e Russia, che ora viene combattuta anche per mare, con strategie che accentuano le pressioni ribassiste sul greggio.

“La guerra dei prezzi si verifica quando un produttore porta la sua estrazione al massimo, il prezzo scende, e quindi i produttori attendono quando il più debole scende. Cioè, quello con il prezzo di produzione più alto deve lasciare il mercato” ha precisato Mosca.

Perché la Russia dice no? I motivi sono due: in primis Mosca non ha bisogno di far salire il prezzo per mantenere la soglia di guadagno sul barile, che è intorno ai 40 dollari, mentre per i sauditi è di 80 dollari. In secundis, per la Russia, la nuova contrazione è un’occasione d’oro per colpire gli interessi dei produttori statunitensi di shale oil.

Il Primo Ministro della Federazione Russa, Michail Vladimirovič Mišustin, ha dichiarato che un abbassamento dei prezzi del petrolio, sfavorevole per i Paesi costretti a mantenere un prezzo più elevato a barile, e un rublo indebolito, quindi più attrattivo per i mercati stranieri, avvantaggiano l’economia russa.

“Questo — ha aggiunto — crea opportunità, principalmente associate ai programmi di sostituzione delle importazioni. Ora stiamo lavorando ad ulteriori misure per approfondire la sostituzione delle importazioni nell’industria e nell’agricoltura, ampliando le opportunità di esportazione di prodotti e prodotti high-tech non primari”.

Il 1 aprile terminerà l’estensione dell’accordo attuale e, con esso, gli impegni dei paesi produttori.

 

di Diana Sofia Ciambrone

Erdogan e Putin d’accordo, a Idlib entra in vigore la “pace armata”

Dalla mezzanotte di ieri è entrato in vigore il cessato il fuoco nell’area nord-occidentale della Siria, dove si erano verificati violenti scontri tra le forze dell’Esercito Arabo Siriano e le forze armate turche, appoggiate da diversi gruppi di miliziani. Le forze siriane erano avanzate nella zona con il supporto dell’esercito russo, riuscendo ad occupare territori che erano stati perduti nelle prime fasi della guerra. Russia e Turchia, dopo alcuni dissapori in merito alla vicenda libica, erano tornate sul filo dell’incidente diplomatico per la situazione ad Idlib, eventualità che sembra sventata in seguito ai colloqui del 5 marzo, tenutisi al Cremlino.

Dopo avere accusato Assad di aver infranto gli accordi di non avanzare nell’area, Erdogan ha tuttavia affermato che la cooperazione con Mosca “rimane ad un alto livello”, nonostante “non sempre concordiamo su tutto”. Il cessate il fuoco prevede un corridoio di sicurezza di 6km lungo l’autostrada M4 Latakia-Aleppo per permettere le evacuazioni, sorvegliato da un coordinamento russo-turco. L’accordo ha ricevuto l’appoggio sia di Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, che di Josep Borrel, Alto rappresentate dell’UE per gli affari esteri. Nelle giornate di ieri ed oggi, nessun aereo militare ha volato nei cieli di Idlib.

Già nel 2018 i due leader si erano incontrati a Sochi per stabilire la de-escalation nella zona di Idlib, durata fino al febbraio di quest’anno. Le truppe dei rispettivi attori rimangono tuttavia sul territorio e allo stato attuale 8 dei 12 checkpoint militari turchi nella zona rimangono circondati dalle truppe siriane. La tregua è ancora precaria e non si possono escludere nuove escalation nei prossimi giorni.

La cooperazione russo-turca comporta interessi molto grandi e le tensioni non sono auspicabili da nessuno dei due Stati. In primis, Ankara controlla il choke point del Bosforo che consente alla marina russa di muoversi tra Mediterraneo e Mar Nero. Le relazioni interessano tutti gli ambiti, dal piano economico a quello militare. In molti ricorderanno il caso internazionale di pochi mesi fa, quando Erdogan aveva preferito il sistema di difesa missilistica S400 al corrispettivo americano, unico stato NATO ad aver affidato il settore al Cremlino. Anche gli interessi energetici sono di grande importanza, con il progetto di costruzione del nuovo gasdotto Turkstream, con cui Mosca può portare gas all’Europa aggirando l’area dell’Ucraina.

di Francesco Dalmazio Casini

Rotta del Mare del Nord, la Russia lancia un piano di sviluppo per il 2035

A dicembre 2019, il governo russo ha firmato un piano di sviluppo della Rotta del Mare del Nord, rotta navale che corre parallelamente alle coste settentrionali della Siberia, attraversando le acque della Zona economica esclusiva russa nell’Artico.

Lo scioglimento dei ghiacciai artici sta aprendo nuove possibilità per il traffico navale del tratto, rendendo questo passaggio marittimo uno scenario di importanza geostrategica per Mosca. Secondo uno studio dell’Economic Journal, l’aumento della viabilità commerciale lungo la Rotta del Mare del Nord nei prossimi anni potrebbe portare a “notevoli cambiamenti nei flussi commerciali tra l’Asia e l’Europa, una deviazione degli scambi all’interno dell’Europa, un pesante traffico marittimo nell’Artico e un sostanziale calo del traffico di Suez”.

Il piano copre una vasta gamma di priorità strategiche, dallo sviluppo delle infrastrutture e dalla costruzione di nuove navi alla mappatura delle risorse naturali e al lancio in orbita di nuovi satelliti e attrezzature meteorologiche.

Ad aprile 2020, sarà avviato un programma regionale di esplorazione geologica ed entro giugno verranno pianificati progetti infrastrutturali, in primis un collegamento ferroviario, un porto navale e una struttura di stoccaggio di gas naturale liquefatto nella penisola di Yamal, nel nord-ovest siberiano.

Uno dei principali obiettivi del piano russo per la rotta del Mare del Nord è quello di ampliare il numero di navi commerciali. Entro il 2035 saranno costruite circa 40 nuove navi, tra cui diverse rompighiaccio nucleari, fondamentali per aprire canali navigabili nella spessa calotta glaciale artica.

Rosatom, società di proprietà dello Stato russo che opera nel settore dell’energia nucleare, ha interessi chiave nella rotta artica ed ha avuto un ruolo centrale nello sviluppo del piano.

Mosca, per soddisfare le sue ambizioni artiche, avrà bisogno di un massiccio impiego di risorse naturali e quindi di coinvolgere le maggiori compagnie petrolifere e di gas del Paese, come Gazprom, Novatek e Rosneft.

di Valerio Ferri