Russkij Mir, l’identità russa tra teologia e geopolitica

Gerard Toal, in un saggio sullo spazio post sovietico, descrive l’estero vicino russo come “una particolare etichetta geopolitica che i politici russi, subito dopo l’improvvisa dissoluzione dell’Unione Sovietica, diedero alle ex-Repubbliche Sovietiche, che erano a pieno titolo Paesi sovrani indipendenti. Quell’espressione riconosceva differenze ma anche perdurante vicinanza”[1]. Questo spazio, a cui la Russia resta profondamente legata, è una dimensione spaziale che la geo-grafia della Chiesa ortodossa ha sempre rappresentato come un unicum con la madrepatria russa.

Il 2008 è stato un anno importante per la storia russa. Il presidente Putin, infatti, decise di recidere i legami di subalternità con l’Occidente – reo di aver tentato di introdursi nell’area di influenza russa – e di sviluppare le prospettive preannunciante nel 2000 con il documento “La Russia alle soglie del Terzo Millennio”. In questa rinnovata sfida all’Occidente, il presidente Putin trovò nel patriarca Kirill un fedele alleato e, insieme, riesumarono quell’antico sentimento che legava il trono e l’altare dando così nuova linfa alla tradizionale sinfonia bizantina. Il patriarcato diverrà in tal modo il braccio spirituale del Cremlino, non soltanto in senso figurato, ma anche in termini concreti: nel 2011, difatti, la Chiesa dei Dodici Apostoli, chiesa che si trova in piazza delle Cattedrali presso il Cremlino, divenne la residenza del patriarca Kirill. La rinnovata sinfonia rese la chiesa uno strumento di soft power per le politiche della Federazione. L’esito di maggior rilievo della rinnovata unione fu l’elaborazione della dottrina del Russkij Mir che vede la nuova Russia come l’alternativa al modello occidentale. Il Russkij Mir, ovvero il mondo/la pace russa, prospetta la possibilità di una diversa “civilizzazione”, inserendosi in un ordine mondiale che Mosca vuole multipolare. La dottrina del “mondo russo” contrappone così al progressismo occidentale un mondo fondato sulla tradizione, che è un elemento imprescindibile nella mentalità russo-ortodossa in quanto: “Il pathos nella rigorosissima fedeltà alla Tradizione, alla tradizione della chiesa, all’ortodossia, appartiene all’essenza stessa della chiesa, è il pegno della sua fedeltà alla Rivelazione divina affidatele”[2].

Papa Giovanni Paolo II, nella Lettera Apostolica “Orientale Lumen”, enfatizzò il ruolo primario attribuito alla Tradizione all’interno della galassia russo-ortodossa: La Tradizione non è mai pura nostalgia di cose o forme passate, o rimpianto di privilegi perduti, ma la memoria viva della Sposa conservata eternamente giovane dall’Amore che la inabita. Se la Tradizione ci pone in continuità con il passato, l’attesa escatologica ci apre al futuro di Dio. […] L’Oriente esprime in modo vivo le realtà della tradizione e dell’attesa. Tutta la sua liturgia, in particolare, è memoriale della salvezza e invocazione del ritorno del Signore. E se la Tradizione insegna alle Chiese la fedeltà a ciò che le ha generate, l’attesa escatologica le spinge ad essere ciò che ancora non sono in pienezza e che il Signore vuole che diventino, e quindi a cercare sempre nuove vie di fedeltà, vincendo il pessimismo perché proiettate verso la speranza di Dio che non delude. Dobbiamo mostrare agli uomini la bellezza della memoria, la forza che ci viene dallo Spirito e che ci rende testimoni perché siamo figli di testimoni; far gustare loro le cose stupende che lo Spirito ha disseminato nella storia; mostrare che è proprio la Tradizione a conservarle dando quindi speranza a coloro che, pur non avendo veduto i loro sforzi di bene coronati da successo, sanno che qualcun altro li porterà a compimento, allora l’uomo si sentirà meno solo, meno rinchiuso nell’angolo angusto del proprio operato individuale.

L’Ortodossia, dunque, riprendendo il pensiero di padre Florovskij, vede nella tradizione una risposta che diverge dai percorsi intrapresi dall’Occidente; il quale ha deciso di imporre al mondo – attraverso le logiche del globalismo – soluzioni alquanto distanti dalla mentalità ortodossa. La galassia russa – rivendicando la propria samobytnost’ – riconosce nella globalizzazione la sfida del secolo; fu proprio Kirill, agli albori del nuovo Millennio, a indicare come la sfida decisiva dell’epoca contemporanea per il mondo ortodosso fosse quella di saper elaborare un nuovo modello di società. Una società che fosse in grado di coniugare e amalgamare principi radicalmente antitetici quali: neoliberismo e tradizionalismo[3].

La Chiesa Ortodossa, all’interno della sua dottrina sociale, tratta – tra i vari indirizzi – della globalizzazione e, sottraendosi alle logiche omologanti del modello occidentale, rivendica lo spessore che si deve attribuire “all’autoidentificazione nazionale nei termini di fede, ethnos e cultura”[4]. Si pone in tal modo in discussione la “fine della storia”, rilanciando, altresì, nuove prospettive multipolari opposte e all’unipolarismo statunitense e alla presunta imparzialità delle organizzazioni sovranazionali. Alfiere designato dalla Chiesa ortodossa per combattere la battaglia del nuovo millennio contro la secolarizzazione e il globalismo è il presidente Putin, al quale il patriarca Kirill ha dato il compito di tramutarsi nella “coscienza” (sovestlivost’) della comunità internazionale e, in qualità di “ultimo difensore dell’Occidente”[5], egli assume su di sé la missione di porsi a difesa dei cristiani nel mondo, reputando tale onere un imperativo morale. Vladimir Putin, dunque, abbracciando una politica revanscista, è riuscito a far confluire in un unico discorso e il campo geopolitico del Near Abroad e la affective geopolititics del Russkij Mir, riconsolidando la tradizione che vede nell’Ortodossia la fede che unisce il popolo russo e nel patriarca il simbolo e il garante dell’unità delle coscienze delle popolazioni post-sovietiche. Il popolo russo, mancando di un nazionalismo etnico, rinsalda, in tal modo, il proprio legame comunitario attraverso un vincolo spirituale e territoriale ricondotto alla Rodina, ovvero alla patria. Il patriarca di Mosca e il presidente della Federazione Russa divengono così – in una rinnovata sinfonia bizantina – i custodi delle anime degli abitanti delle sacre terre russe. Infatti, secondo la tradizione ortodossa, la terra, ortodosso, diviene automaticamente sacra: la Svjataja Russkaja Zemljà (Santa Terra Russa).

di Lorenzo Della Corte


1 C. Stefanachi, Gerard Toal, la geopolitica critica e i conflitti nello spazio post-sovietico, in “Storia del pensiero politico, p. 299

2 A. Roccucci, La chiesa ortodossa russa nel XX secolo; in, a cura di A. Pacini, L’ortodossia nella nuova Europa. Dinamiche storiche e prospettive, p. 275

3 A. Roccucci, La chiesa ortodossa russa nel XX secolo; in, a cura di A. Pacini, L’ortodossia nella nuova Europa. Dinamiche storiche e prospettive, p. 279

4 Ibidem, p. 281

5 M. Zola, Il potere della Chiesa russa, Il Tascabile, https://www.iltascabile.com/societa/potere-chiesa-russa/ se abitata da un

 


Articolo apparso su Progetto Prometeo: https://www.progettoprometeo.it/russkij-mir-il-mondo-russo-ovvero-la-pace-russa/

 

 

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