Opec, guerra del petrolio tra Russia e Arabia Saudita

Per capire meglio gli avvenimenti che vedono come protagonisti Russia, Usa e Arabia Saudita, nella vicenda del crollo dei prezzi del petrolio, bisogna andare indietro fino a risalire agli impatti del commercio dello shale oil statunitense sul mercato e alla nascita dell’Opec Plus.

2016

Il 30 novembre del 2016 l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (Opec) decide di tagliare la produzione di 1,2 milioni di barili al giorno. L’obiettivo dei Paesi produttori è quello di risollevare le quotazioni precipitate all’inizio dell’anno. Per la prima volta ai tagli si uniscono paesi esterni all’Opec, in primis la Russia.

Questo fatto sancisce la nascita dell’Opec Plus, un’alleanza formale tra l’Opec e tutti gli altri Paesi, guidati dalla Russia, che portano avanti un piano di tagli concordati della produzione petrolifera mirato a mantenere i prezzi del petrolio sopra un certo limite (50-60 dollari al barile) a fronte di un livello di domanda stagnante.

Il tracollo dei prezzi era stato innescato dalle decisioni assunte nel vertice Opec del 27 novembre 2014, quando l’Arabia Saudita riuscì a far prevalere la sua volontà di mantenere l’output invariato, nonostante il forte aumento dell’offerta globale legato al boom dello shale oil nordamericano, un tipo di petrolio non convenzionale non estratto ma prodotto processando dei particolari minerali.

I produttori di shale oil ottennero ingenti entrate economiche, a spese i paesi produttori di greggio più vulnerabili, come la Nigeria e il Venezuela.

2017

Il 25 maggio 2017 – riuniti in Austria – i Paesi Opec e non Opec concordano di estendere per ulteriori 9 mesi i tagli alla produzione petrolifera. Aderisce all’intesa anche la Russia, partecipando alla riunione di Vienna.

2018

A giugno 2018 vi è un’inversione di rotta rispetto ai tagli alla produzione a causa dell’innalzamento dei prezzi del mercato petrolifero. Tra le cause che spingono Russia e Arabia Saudita ad incrementare le estrazioni, vi sono le sanzioni Usa all’Iran che, secondo le loro previsioni, avrebbero tolto quote di greggio al mercato globale (previsione che risulterà sbagliata).

A dicembre i Paesi dell’Opec Plus determinano una nuova inversione, decidendo di tornare a tagliare la produzione, a partire dal primo gennaio 2019, portandola a 1,2 milioni di barili al giorno. Al nuovo meeting viennese il clima diventa teso, a causa dell’uscita del Qatar dall’organizzazione dopo 57 anni e delle pressioni da parte del presidente Donald Trump. I 14 paesi dell’Opec e i 10 non Opec decidono infine di ridurre le estrazioni petrolifere a causa dell’eccesso di offerta sul mercato che ha fatto crollare i prezzi.

2019

A luglio 2019 l’Opec Plus non cambia politica ed estende i tagli per altri nove mesi, fino a marzo 2020.

Nonostante la frenata della produzione, la Russia nel 2019 immetterà sul mercato più di 11.25 milioni di barili al giorno, un record raggiunto solo ai tempi dell’Unione sovietica, superando quindi la quota prevista dagli accordi.

Il Ministero dell’Energia giustifica il superamento a causa dei limiti di un clima rigido e a problemi tecnici dovuti alla crisi della contaminazione da idrocarburi di Druzhba.

Aleksandr Valentinovič Novak, il ministro dell’Energia, nel dicembre 2019 dichiara che “i tagli della produzione di petrolio non possono essere eterni” e che la Russia deve difendere la sua quota di mercato globale lasciando che le sue compagnie petrolifere sviluppino nuovi progetti.

L’Arabia Saudita invece fa passi avanti verso il nuovo obiettivo, tagliando più del doppio di quanto previsto dall’accordo e raggiungendo quasi la quota di 9,7 milioni di barili al giorno.

Gennaio 2020

Cala il prezzo del petrolio del 10% a causa della diffusione del Coronavirus. Le notizie scuotono i Paesi dell’Opec. La Cina, epicentro dell’epidemia, è il più grande importatore di greggio ed è un mercato chiave per diversi membri Opec.

L’Arabia Saudita, in attesa del vertice di marzo, decide di mantenere la produzione a 9,74 milioni di barili al giorno, ma solo se altri paesi rispetteranno i propri limiti di produzione. La Russia fa attendere la sua decisione in merito.

Febbraio 2020

A febbraio gli effetti relativi al contagio del coronavirus sono ancora incerti. Negli Stati uniti i consumi tengono e la domanda rimane piuttosto robusta. Alexander Novak manifesta la disponibilità a proseguire la politica dei tagli, ma fa sospirare l’appoggio a misure straordinarie per contrastare il coronavirus.

Il bollettino mensile Opec conferma la necessità di tagli supplementari. Il Coronavirus ha indotto l’Opec a ridurre le stime sulla domanda.

Marzo 2020

Fallisce il vertice Opec Plus a Vienna e non si raggiunge alcun accordo tra i paesi. I prezzi del petrolio sono immediatamente andati a picco, con perdite intorno al 9%.

Il rifiuto del Cremlino fa scattare la risposta saudita che decide di aumentare la produzione per colpire gli interessi russi. Ne deriva la guerra dei prezzi tra Arabia Saudita e Russia, che ora viene combattuta anche per mare, con strategie che accentuano le pressioni ribassiste sul greggio.

“La guerra dei prezzi si verifica quando un produttore porta la sua estrazione al massimo, il prezzo scende, e quindi i produttori attendono quando il più debole scende. Cioè, quello con il prezzo di produzione più alto deve lasciare il mercato” ha precisato Mosca.

Perché la Russia dice no? I motivi sono due: in primis Mosca non ha bisogno di far salire il prezzo per mantenere la soglia di guadagno sul barile, che è intorno ai 40 dollari, mentre per i sauditi è di 80 dollari. In secundis, per la Russia, la nuova contrazione è un’occasione d’oro per colpire gli interessi dei produttori statunitensi di shale oil.

Il Primo Ministro della Federazione Russa, Michail Vladimirovič Mišustin, ha dichiarato che un abbassamento dei prezzi del petrolio, sfavorevole per i Paesi costretti a mantenere un prezzo più elevato a barile, e un rublo indebolito, quindi più attrattivo per i mercati stranieri, avvantaggiano l’economia russa.

“Questo — ha aggiunto — crea opportunità, principalmente associate ai programmi di sostituzione delle importazioni. Ora stiamo lavorando ad ulteriori misure per approfondire la sostituzione delle importazioni nell’industria e nell’agricoltura, ampliando le opportunità di esportazione di prodotti e prodotti high-tech non primari”.

Il 1 aprile terminerà l’estensione dell’accordo attuale e, con esso, gli impegni dei paesi produttori.

 

di Diana Sofia Ciambrone

Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE), reintegrata la delegazione russa

Il 29 gennaio scorso, l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE) ha ratificato il reintegro a pieni poteri della delegazione russa con 96 voti favorevoli, 44 contrari e 7 astenuti. I delegati russi, dopo una sospensione di sei anni causata dalla crisi ucraina, sono tornati a sedere con pieni diritti ai tavoli dell’organo parlamentare del Consiglio d’Europa.

Nel 2014, con lo scoppio della crisi ucraina, le relazioni tra Federazione Russa ed Unione Europea si sono raffreddate e l’APCE ha sospeso i diritti di voto dei funzionari russi. La risposta del Cremlino è stata il ritiro dei funzionari della sua delegazione dall’assemblea in segno di protesta.

L’anno scorso, l’APCE ha lasciato spazio ad una apertura nei confronti di Mosca ripristinando il diritto di voto della delegazione russa, apertura che ha portato il Cremlino a soddisfare diversi punti della Risoluzione 2292 (2019) nella quale venivano elencati i passaggi necessari per il ritorno russo nell’APCE.

Il reintegro della delegazione della Federazione Russa nell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa rappresenta un importante passo per il riavvicinamento tra Mosca e Bruxelles.

di Diana Sofia Ciambrone