Aiuti russi all’Italia, la lettera dell’Ambasciatore russo a La Stampa

Egregio Direttore

con immutata attenzione e interesse leggiamo quanto pubblica il suo prestigioso e diffuso quotidiano. La nostra attenzione è stata attirata da due articoli firmati J. Jacoboni, del 25 e 26 marzo c.a. relativi agli aiuti russi all’Italia nella lotta al Coronavirus. A questo proposito vorremmo esprimere alcuni commenti e osservazioni.

Il giornalista, facendo riferimento a informazioni ricevute da «fonti politiche di alto livello», afferma che l’80% degli aiuti russi sarebbe totalmente inutile o poco utile. Naturalmente non sappiamo a quali fonti si riferisca l’autore e ci atteniamo in primo luogo alle dichiarazioni pubbliche di rappresentanti ufficiali della Repubblica Italiana.

Il Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana G. Conte nella conversazione telefonica del 21 marzo c.a. ha ringraziato il Presidente della Russia V. V. Putin per gli aiuti tempestivi e imponenti offerti all’Italia in questa difficile situazione. Il Ministro degli Esteri L. Di Maio ha ritenuto opportuno recarsi personalmente all’aeroporto militare di Pratica di Mare per accogliere gli aerei che hanno trasportato gli specialisti russi, i mezzi e le attrezzature, esprimendo la sua gratitudine alla Federazione Russa. Così come hanno fatto per esempio l’Ambasciatore dell’Italia a Mosca P. Terracciano, il Rappresentante dello Stato Maggiore della Difesa L. Portolano e molti altri. In ogni caso il giornalista non avrebbe dovuto disorientare gli stimati lettori in merito alla vera reazione dei vertici ufficiali italiani alle attività della Russia.

Riguardo all’utilità o meno del contenuto degli aiuti russi, ci sembra che sarebbe stato meglio chiedere prima di tutto ai cittadini di Bergamo dove iniziano a operare i nostri specialisti e i nostri mezzi.

Com’è noto si tratta di una delle città del nord Italia con il maggior numero di infettati, dove sono già morte 1267 persone e 7072 restano positive. I nostri epidemiologi, virologi, rianimatori, su richiesta dei colleghi italiani, cominceranno a lavorare nelle residenze per anziani strapiene della città in cui si è creata una situazione critica per la mancanza di medici e il bisogno di interventi di sanificazione di edifici, locali e mezzi di trasporto. L’autore dell’articolo dovrebbe capire che i militari russi, così come i loro colleghi italiani, andando a operare nell’area loro assegnata, mettono a rischio la propria salute e forse anche la vita.

J. Jacoboni intravede un insidioso secondo fine della Russia nel fatto che siano stati inviati in Italia militari delle forze armate russe, tra  i quali anche esperti di difesa nucleare, chimica e biologica.

A titolo di informazione per l’autore e per i Suoi stimati lettori, comunichiamo che i rappresentanti delle truppe russe di difesa nucleare, chimica e biologica, sono gli specialisti più mobili e più preparati con esperienze in diverse regioni del mondo, in grado di prestare assistenza efficace nella diagnosi e nel trattamento dei pazienti, così come nell’esecuzione delle necessarie misure di disinfezione.

Per quanto riguarda il messaggio che spunta dal ragionamento dell’autore e cioè che l’invio di militari russi (a proposito, a titolo gratuito) avrebbe come scopo quello di causare un qualche danno ai rapporti tra l’Italia e i partner della NATO, offriamo ai lettori l’opportunità di giudicare da soli chi e come viene in aiuto al popolo italiano nei momenti difficili. In Russia c’è un detto: «Gli amici si vedono nel bisogno».

E poi, il parallelo tracciato dal giornalista tra l’arrivo in Italia degli specialisti russi e l’ingresso delle truppe sovietiche in Afghanistan nel 1979, concedetemelo, è semplicemente fuori luogo e come si dice «non sta né in cielo né in terra».

Confidiamo che, guidati dal principio fondamentale del giornalismo sull’imparzialità e obiettività dell’informazione e convinti che i media debbano riflettere punti di vista diversi, siamo certi troverete la possibilità di pubblicare la nostra risposta, che ci auguriamo possa aiutare a chiarire ai vostri lettori la realtà delle cose.

Rispettosamente,

Sergey Razov

Ambasciatore della Federazione Russa nella Repubblica Italiana

Coronavirus, il quindicesimo aereo con gli aiuti russi è atterrato in Italia

Stamttina il quindicesimo aereo con gli aiuti della Federazione Russa è atterrato all’aeroporto militare di Pratica di Mare.

“Le forze aerospaziali russe continuano l’operazione per trasferire specialisti militari russi, attrezzature e macchinari speciali alla base aerea italiana di Pratica di Mare (30 chilometri a sud-ovest di Roma) per aiutare la Repubblica italiana nella lotta contro l’infezione da coronavirus.”

Fonte: Ministero della Difesa della Federazione Russa

Militari italiani e russi stanno sviluppando un piano strategico contro il coronavirus

Militari italiani e russi stanno sviluppando un piano d’azione strategico per combattere le infezioni da COVID-19 a Bergamo.

“Sulla base dei risultati delle consultazioni, è stato stabilito che gli esperti militari russi con esperienza nella lotta alle epidemie in tutto il mondo […] inizieranno a svolgere compiti nella città italiana di Bergamo”.

Fonte: Ministero della Difesa della Federazione Russa

Arrivano gli aiuti della Federazione, “dalla Russia con amore”

Nella giornata di ieri sono atterrati a Pratica di Mare gli ultimi due aerei da trasporto IL-76 dell’aeronautica militare russa. I velivoli, che trasportano personale medico e materiale sanitario, si aggiungono agli altri sette atterrati a partire dalla sera di domenica.

Gli aiuti, dopo aver fatto scalo a Sochi e aver sorvolato la Turchia per evitare lo spazio aereo polacco, sono stati ricevuti all’atterraggio dal Ministro degli Esteri Luigi di Maio, che ha ringraziato pubblicamente la Federazione Russa per la solidarietà all’Italia durante l’emergenza, affermando che “coltivare certe amicizie sta pagando”. Gli aiuti, nelle scorse settimane, erano arrivati da moltissimi paesi del mondo, Usa, Cina, Cuba, Venezuela, Brasile, mentre è di poche ore fa la notizia che la Germania si farà carico di 6 pazienti in terapia intensiva dagli ospedali lombardi.

Il personale medico giunto dalla Russia, 120 persone afferenti alla Protezione Civile e all’Esercito russo, sarà assegnato all’ospedale di Sondalo, come fa sapere l’assessore lombardo Giulio Gallera. Insieme alle otto brigate mediche, sono arrivati diversi veicoli militari da trasporto, tra cui un laboratorio mobile. Il materiale sanitario comprende mascherine, ventilatori polmonari, tamponi e tutte anticontaminazione, oltre a speciali attrezzature di sanificazione. Insieme ai 100 ventilatori polmonari, dovrebbero arrivare anche i componenti per realizzare ospedali da campo.

Di Maio ha dichiarato che entro oggi, tra aiuti Russi e da parte dei paesi europei, arriveranno in Italia 10 milioni di mascherine, mentre per il prossimo mese si aspetta l’arrivo di diversi carichi di materiale sanitario dalla Cina, per un totale di 100 milioni di mascherine; secondo quanto dichiarato dallo stesso Ministro è il numero di mascherine corrispondente al fabbisogno mensile italiano. Sui pacchi di materiale e sulle fiancate dei veicoli della Federazione, un adesivo recita “dalla Russia con amore”, riprendendo in maniera ironica il titolo del famoso film di 007.

Gli aiuti sono seguiti alla telefonata di sabato tra il Presidente Putin e Giuseppe Conte, che avrebbe portato all’accordo trai rispettivi Ministri della Difesa nella sera dello stesso giorno. Non è chiaro il ruolo del deputato federale tedesco Ulrich Oehme, di AFD, che avrebbe fatto da mediatore insieme al deputato leghista Paolo Grimoldi, contattando il deputato russo Leonid Slutsky nella giornata del 10 marzo per chiedere un supporto per combattere l’epidemia.

di Francesco Dalmazio Casini

Russkij Mir, l’identità russa tra teologia e geopolitica

Gerard Toal, in un saggio sullo spazio post sovietico, descrive l’estero vicino russo come “una particolare etichetta geopolitica che i politici russi, subito dopo l’improvvisa dissoluzione dell’Unione Sovietica, diedero alle ex-Repubbliche Sovietiche, che erano a pieno titolo Paesi sovrani indipendenti. Quell’espressione riconosceva differenze ma anche perdurante vicinanza”[1]. Questo spazio, a cui la Russia resta profondamente legata, è una dimensione spaziale che la geo-grafia della Chiesa ortodossa ha sempre rappresentato come un unicum con la madrepatria russa.

Il 2008 è stato un anno importante per la storia russa. Il presidente Putin, infatti, decise di recidere i legami di subalternità con l’Occidente – reo di aver tentato di introdursi nell’area di influenza russa – e di sviluppare le prospettive preannunciante nel 2000 con il documento “La Russia alle soglie del Terzo Millennio”. In questa rinnovata sfida all’Occidente, il presidente Putin trovò nel patriarca Kirill un fedele alleato e, insieme, riesumarono quell’antico sentimento che legava il trono e l’altare dando così nuova linfa alla tradizionale sinfonia bizantina. Il patriarcato diverrà in tal modo il braccio spirituale del Cremlino, non soltanto in senso figurato, ma anche in termini concreti: nel 2011, difatti, la Chiesa dei Dodici Apostoli, chiesa che si trova in piazza delle Cattedrali presso il Cremlino, divenne la residenza del patriarca Kirill. La rinnovata sinfonia rese la chiesa uno strumento di soft power per le politiche della Federazione. L’esito di maggior rilievo della rinnovata unione fu l’elaborazione della dottrina del Russkij Mir che vede la nuova Russia come l’alternativa al modello occidentale. Il Russkij Mir, ovvero il mondo/la pace russa, prospetta la possibilità di una diversa “civilizzazione”, inserendosi in un ordine mondiale che Mosca vuole multipolare. La dottrina del “mondo russo” contrappone così al progressismo occidentale un mondo fondato sulla tradizione, che è un elemento imprescindibile nella mentalità russo-ortodossa in quanto: “Il pathos nella rigorosissima fedeltà alla Tradizione, alla tradizione della chiesa, all’ortodossia, appartiene all’essenza stessa della chiesa, è il pegno della sua fedeltà alla Rivelazione divina affidatele”[2].

Papa Giovanni Paolo II, nella Lettera Apostolica “Orientale Lumen”, enfatizzò il ruolo primario attribuito alla Tradizione all’interno della galassia russo-ortodossa: La Tradizione non è mai pura nostalgia di cose o forme passate, o rimpianto di privilegi perduti, ma la memoria viva della Sposa conservata eternamente giovane dall’Amore che la inabita. Se la Tradizione ci pone in continuità con il passato, l’attesa escatologica ci apre al futuro di Dio. […] L’Oriente esprime in modo vivo le realtà della tradizione e dell’attesa. Tutta la sua liturgia, in particolare, è memoriale della salvezza e invocazione del ritorno del Signore. E se la Tradizione insegna alle Chiese la fedeltà a ciò che le ha generate, l’attesa escatologica le spinge ad essere ciò che ancora non sono in pienezza e che il Signore vuole che diventino, e quindi a cercare sempre nuove vie di fedeltà, vincendo il pessimismo perché proiettate verso la speranza di Dio che non delude. Dobbiamo mostrare agli uomini la bellezza della memoria, la forza che ci viene dallo Spirito e che ci rende testimoni perché siamo figli di testimoni; far gustare loro le cose stupende che lo Spirito ha disseminato nella storia; mostrare che è proprio la Tradizione a conservarle dando quindi speranza a coloro che, pur non avendo veduto i loro sforzi di bene coronati da successo, sanno che qualcun altro li porterà a compimento, allora l’uomo si sentirà meno solo, meno rinchiuso nell’angolo angusto del proprio operato individuale.

L’Ortodossia, dunque, riprendendo il pensiero di padre Florovskij, vede nella tradizione una risposta che diverge dai percorsi intrapresi dall’Occidente; il quale ha deciso di imporre al mondo – attraverso le logiche del globalismo – soluzioni alquanto distanti dalla mentalità ortodossa. La galassia russa – rivendicando la propria samobytnost’ – riconosce nella globalizzazione la sfida del secolo; fu proprio Kirill, agli albori del nuovo Millennio, a indicare come la sfida decisiva dell’epoca contemporanea per il mondo ortodosso fosse quella di saper elaborare un nuovo modello di società. Una società che fosse in grado di coniugare e amalgamare principi radicalmente antitetici quali: neoliberismo e tradizionalismo[3].

La Chiesa Ortodossa, all’interno della sua dottrina sociale, tratta – tra i vari indirizzi – della globalizzazione e, sottraendosi alle logiche omologanti del modello occidentale, rivendica lo spessore che si deve attribuire “all’autoidentificazione nazionale nei termini di fede, ethnos e cultura”[4]. Si pone in tal modo in discussione la “fine della storia”, rilanciando, altresì, nuove prospettive multipolari opposte e all’unipolarismo statunitense e alla presunta imparzialità delle organizzazioni sovranazionali. Alfiere designato dalla Chiesa ortodossa per combattere la battaglia del nuovo millennio contro la secolarizzazione e il globalismo è il presidente Putin, al quale il patriarca Kirill ha dato il compito di tramutarsi nella “coscienza” (sovestlivost’) della comunità internazionale e, in qualità di “ultimo difensore dell’Occidente”[5], egli assume su di sé la missione di porsi a difesa dei cristiani nel mondo, reputando tale onere un imperativo morale. Vladimir Putin, dunque, abbracciando una politica revanscista, è riuscito a far confluire in un unico discorso e il campo geopolitico del Near Abroad e la affective geopolititics del Russkij Mir, riconsolidando la tradizione che vede nell’Ortodossia la fede che unisce il popolo russo e nel patriarca il simbolo e il garante dell’unità delle coscienze delle popolazioni post-sovietiche. Il popolo russo, mancando di un nazionalismo etnico, rinsalda, in tal modo, il proprio legame comunitario attraverso un vincolo spirituale e territoriale ricondotto alla Rodina, ovvero alla patria. Il patriarca di Mosca e il presidente della Federazione Russa divengono così – in una rinnovata sinfonia bizantina – i custodi delle anime degli abitanti delle sacre terre russe. Infatti, secondo la tradizione ortodossa, la terra, ortodosso, diviene automaticamente sacra: la Svjataja Russkaja Zemljà (Santa Terra Russa).

di Lorenzo Della Corte


1 C. Stefanachi, Gerard Toal, la geopolitica critica e i conflitti nello spazio post-sovietico, in “Storia del pensiero politico, p. 299

2 A. Roccucci, La chiesa ortodossa russa nel XX secolo; in, a cura di A. Pacini, L’ortodossia nella nuova Europa. Dinamiche storiche e prospettive, p. 275

3 A. Roccucci, La chiesa ortodossa russa nel XX secolo; in, a cura di A. Pacini, L’ortodossia nella nuova Europa. Dinamiche storiche e prospettive, p. 279

4 Ibidem, p. 281

5 M. Zola, Il potere della Chiesa russa, Il Tascabile, https://www.iltascabile.com/societa/potere-chiesa-russa/ se abitata da un

 


Articolo apparso su Progetto Prometeo: https://www.progettoprometeo.it/russkij-mir-il-mondo-russo-ovvero-la-pace-russa/

 

 

La nascita della Russia, tra vocazione imperiale e centralizzazione politica

Tra XV e XVI secolo, in Europa, in Asia e in parte in Africa, sorsero numerosi imperi territoriali con governi centralizzati e burocratici. Questa dinamica transcontinentale segnò una cesura rispetto ai modelli sociopolitici precedenti di tipo “feudale” in cui il potere centrale del sovrano era controbilanciato dal potere locale di nobili, signori della guerra e capi tribù.

Il fenomeno principale che permise la formazione di nuovi attori imperiali nello scacchiere geopolitico eurasiatico fu l’ascesa e caduta dell’Impero mongolo tra XIII e XIV secolo.

Il condottiero mongolo Gengis Khan (1162-1227), al comando delle tribù nomadi delle steppe dell’entroterra asiatico, diede vita all’impero territoriale più grande della storia: l’Impero mongolo, che, alla fine XIII secolo, nel suo periodo di massima espansione, si estendeva dal Mar del Giappone al Mar Mediterraneo, uno spazio geopolitico che copriva un terzo della superficie terrestre.

L’elemento chiave che permise la creazione e il controllo di questo enorme impero fu la spietata e formidabile cavalleria mongola, i cavalieri mongoli potevano percorrere più di 150 kilometri al giorno galoppando su terreni accidentati e sopravvivere per giorni nutrendosi del sangue dei loro destrieri. Una forza militare che all’epoca non aveva eguali, la cui mobilità permetteva il rapido collegamento di ogni punto del vasto Impero mongolo, agendo anche da vettore economico su lunghissime distanze. La formazione dell’Impero mongolo portò alla nascita di un enorme spazio di interazione commerciale lungo le vie della seta che metteva in comunicazione tutta l’Eurasia continentale.

Nella seconda metà del XIV secolo, il potente condottiero turco Tamerlano invase e conquistò i territori che si estendevano dal Mar Nero al fiume Indo rompendo la frammentata unità imperiale ed economica mongola. La conquista del potere da parte della dinastia timuride, cioè dei discendenti di Tamerlano, segnò l’inizio dell’inesorabile declino dello spazio geopolitico mongolo-timuride.

Il collasso dell’immenso impero mongolo-timuride creò un vuoto di potere che fu rapidamente colmato da ambiziose dinastie locali che diedero forma a soggetti statali fortemente centralizzati con aspirazioni espansionistiche. Questo fenomeno epocale ebbe quattro conseguenze cruciali che ridisegnarono lo scacchiere geopolitico eurasiatico e le dinamiche globali: la comparsa di tre vasti imperi islamici che formavano una grande regione musulmana dal Marocco all’India; la nascita di imperi marittimi e mercantili europei occidentali proiettatti sugli oceani Atlantico e Indiano; la penetrazione nell’entroterra asiatico da parte dell’Impero cinese sotto la dinastia Ming; la nascita della Russia zarista e la sua espansione ad est, in Siberia, fino all’Oceano Pacifico e ad ovest, in Europa orientale.

Il nucleo embrionale della Russia era la Moscovia, una regione boschiva scarsamente popolata caratterizzata da un clima estremamente rigido, che dal XIII secolo era dominata dal khanato tartaro-mongolo dell’Orda d’Oro. Nel XV secolo le famiglie dell’aristocrazia terriera russa si allearono con l’obiettivo di unificare i popoli Rus’ e di opporsi al dominio musulmano dell’Orda d’Oro. Nel 1476, Ivan III, Principe di Mosca, sancì di fatto l’indipendenza della Russia rifiutandosi di pagare i tributi imposti dal Khan che lanciò un attacco alla Moscovia. I russi, dopo quattro anni di duri combattimenti, costrinsero le truppe tartaro-mongole a ripiegare verso le steppe asiatiche e si lanciarono in una guerra di espansione che segnò la fine dell’Orda d’Oro e che quadruplicò l’estensione dei territori russi.  

Nel 1547 salì al trono Ivan IV detto “il Terribile”, il primo sovrano russo con il titolo di Zar, cioè “Cesare”. Dichiarò una guerra spietata ai boiardi, l’aristocrazia terriera russa che controllava le campagne, con l’obiettivo di centralizzare il potere. Creò una spietata milizia personale, gli opričniki (da Opričnina, il territorio governato personalmente dallo zar), con compiti di repressione dei focolai di resistenza boiarda. Conosciuti come i “cani dello zar”, gli opričniki vestivano di nero e cavalcavano destrieri dello stesso colore, il loro simbolo era la testa di cane e la scopa, per azzannare e spazzare via i nemici dello zar.

Alla morte del primo zar, nel 1584, l’aristocrazia boiarda si ribellò al potere centrale, la rivolta presto si trasformò in una guerra civile tra famiglie nobili per il trono di Russia. Solo nel 1613, Michele Romanov, esponente di una potente dinastia boiarda, riuscì ad imporsi e a prendere il potere. I Romanov resteranno al potere in Russia fino alla Rivoluzione bolscevica del 1917.

Se Ivan IV aveva dato vita ad un feroce antagonismo tra monarchia e aristocrazia per centralizzare il governo della Russia, i Romanov riuscirono a farlo integrando l’aristocrazia boiarda nel sistema di potere. Nel 1722, lo zar Pietro I istituì la Tavola dei Ranghi, un ordine gerarchico dei nobili russi che prestavano servizio per il governo di Mosca, trasformando così l’aristocrazia terriera in nobiltà di corte. Pietro I, tutt’oggi considerato un eroe nazionale russo, modernizzò la Russia facendone un potente impero proiettato verso il mondo europeo. Fece costruire, su modello delle città europee, San Pietroburgo, la “finestra sull’occidente”, impose alla popolazione il taglio della tradizionale barba russa per europeizzare la società. Sostituì il calendario bizantino con quello giuliano e attuò una riforma monetaria per omogeneizzare il sistema economico.

Pietro I non solo riorganizzò il sistema politico interno russo ma avviò una campagna espansionista che durerà per tutto il XVIII secolo. Con la Grande guerra del nord (1700-1721) la Russia zarista si aprì uno sbocco marittimo sul Baltico. Mosca si fece paladina della causa delle popolazioni slave di fede cristiana ortodossa sotto al dominio musulmano dell’Impero ottomano e, sfruttando il declino di quest’ultimo, estese i domini russi fino alle coste settentrionali del Mar Nero. All’inizio del XIX secolo la frontiera ovest dell’Impero russo correva dal Mar Baltico ai Balcani.

Parallelamente all’allargamento verso occidente, la Russia si lanciò alla conquista della Siberia. Già Ivan in Terribile, nel 1552, distrusse e conquistò il Khanato del Kazan, che si trovava tra il fiume Volga e i monti Urali. Alla fine del XVI secolo, Mosca mosse guerra al khanato tartaro della Siberia, le feroci popolazioni tartare tenevano da secoli sotto scacco la regione della Moscovia: ogni anno migliaia di russi erano deportati e venduti come schiavi lungo le rotte commerciali della Crimea, il secondo serbatoio di schiavi del mondo dopo l’Africa. La lotta ai tartari durò per due secoli e portò alla conquista totale dell’Asia settentrionale nel 1796.

All’inizio del XIX secolo, forgiata da più di tre secoli di guerre, la Russia si estendeva immensa dall’Europa orientale all’Oceano Pacifico, un enorme attore statale a cavallo tra Europa e Asia che, fino ad oggi, non ha mai smesso di giocare un ruolo determinante nella geopolitica globale.

 di Valerio Ferri

Opec, guerra del petrolio tra Russia e Arabia Saudita

Per capire meglio gli avvenimenti che vedono come protagonisti Russia, Usa e Arabia Saudita, nella vicenda del crollo dei prezzi del petrolio, bisogna andare indietro fino a risalire agli impatti del commercio dello shale oil statunitense sul mercato e alla nascita dell’Opec Plus.

2016

Il 30 novembre del 2016 l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (Opec) decide di tagliare la produzione di 1,2 milioni di barili al giorno. L’obiettivo dei Paesi produttori è quello di risollevare le quotazioni precipitate all’inizio dell’anno. Per la prima volta ai tagli si uniscono paesi esterni all’Opec, in primis la Russia.

Questo fatto sancisce la nascita dell’Opec Plus, un’alleanza formale tra l’Opec e tutti gli altri Paesi, guidati dalla Russia, che portano avanti un piano di tagli concordati della produzione petrolifera mirato a mantenere i prezzi del petrolio sopra un certo limite (50-60 dollari al barile) a fronte di un livello di domanda stagnante.

Il tracollo dei prezzi era stato innescato dalle decisioni assunte nel vertice Opec del 27 novembre 2014, quando l’Arabia Saudita riuscì a far prevalere la sua volontà di mantenere l’output invariato, nonostante il forte aumento dell’offerta globale legato al boom dello shale oil nordamericano, un tipo di petrolio non convenzionale non estratto ma prodotto processando dei particolari minerali.

I produttori di shale oil ottennero ingenti entrate economiche, a spese i paesi produttori di greggio più vulnerabili, come la Nigeria e il Venezuela.

2017

Il 25 maggio 2017 – riuniti in Austria – i Paesi Opec e non Opec concordano di estendere per ulteriori 9 mesi i tagli alla produzione petrolifera. Aderisce all’intesa anche la Russia, partecipando alla riunione di Vienna.

2018

A giugno 2018 vi è un’inversione di rotta rispetto ai tagli alla produzione a causa dell’innalzamento dei prezzi del mercato petrolifero. Tra le cause che spingono Russia e Arabia Saudita ad incrementare le estrazioni, vi sono le sanzioni Usa all’Iran che, secondo le loro previsioni, avrebbero tolto quote di greggio al mercato globale (previsione che risulterà sbagliata).

A dicembre i Paesi dell’Opec Plus determinano una nuova inversione, decidendo di tornare a tagliare la produzione, a partire dal primo gennaio 2019, portandola a 1,2 milioni di barili al giorno. Al nuovo meeting viennese il clima diventa teso, a causa dell’uscita del Qatar dall’organizzazione dopo 57 anni e delle pressioni da parte del presidente Donald Trump. I 14 paesi dell’Opec e i 10 non Opec decidono infine di ridurre le estrazioni petrolifere a causa dell’eccesso di offerta sul mercato che ha fatto crollare i prezzi.

2019

A luglio 2019 l’Opec Plus non cambia politica ed estende i tagli per altri nove mesi, fino a marzo 2020.

Nonostante la frenata della produzione, la Russia nel 2019 immetterà sul mercato più di 11.25 milioni di barili al giorno, un record raggiunto solo ai tempi dell’Unione sovietica, superando quindi la quota prevista dagli accordi.

Il Ministero dell’Energia giustifica il superamento a causa dei limiti di un clima rigido e a problemi tecnici dovuti alla crisi della contaminazione da idrocarburi di Druzhba.

Aleksandr Valentinovič Novak, il ministro dell’Energia, nel dicembre 2019 dichiara che “i tagli della produzione di petrolio non possono essere eterni” e che la Russia deve difendere la sua quota di mercato globale lasciando che le sue compagnie petrolifere sviluppino nuovi progetti.

L’Arabia Saudita invece fa passi avanti verso il nuovo obiettivo, tagliando più del doppio di quanto previsto dall’accordo e raggiungendo quasi la quota di 9,7 milioni di barili al giorno.

Gennaio 2020

Cala il prezzo del petrolio del 10% a causa della diffusione del Coronavirus. Le notizie scuotono i Paesi dell’Opec. La Cina, epicentro dell’epidemia, è il più grande importatore di greggio ed è un mercato chiave per diversi membri Opec.

L’Arabia Saudita, in attesa del vertice di marzo, decide di mantenere la produzione a 9,74 milioni di barili al giorno, ma solo se altri paesi rispetteranno i propri limiti di produzione. La Russia fa attendere la sua decisione in merito.

Febbraio 2020

A febbraio gli effetti relativi al contagio del coronavirus sono ancora incerti. Negli Stati uniti i consumi tengono e la domanda rimane piuttosto robusta. Alexander Novak manifesta la disponibilità a proseguire la politica dei tagli, ma fa sospirare l’appoggio a misure straordinarie per contrastare il coronavirus.

Il bollettino mensile Opec conferma la necessità di tagli supplementari. Il Coronavirus ha indotto l’Opec a ridurre le stime sulla domanda.

Marzo 2020

Fallisce il vertice Opec Plus a Vienna e non si raggiunge alcun accordo tra i paesi. I prezzi del petrolio sono immediatamente andati a picco, con perdite intorno al 9%.

Il rifiuto del Cremlino fa scattare la risposta saudita che decide di aumentare la produzione per colpire gli interessi russi. Ne deriva la guerra dei prezzi tra Arabia Saudita e Russia, che ora viene combattuta anche per mare, con strategie che accentuano le pressioni ribassiste sul greggio.

“La guerra dei prezzi si verifica quando un produttore porta la sua estrazione al massimo, il prezzo scende, e quindi i produttori attendono quando il più debole scende. Cioè, quello con il prezzo di produzione più alto deve lasciare il mercato” ha precisato Mosca.

Perché la Russia dice no? I motivi sono due: in primis Mosca non ha bisogno di far salire il prezzo per mantenere la soglia di guadagno sul barile, che è intorno ai 40 dollari, mentre per i sauditi è di 80 dollari. In secundis, per la Russia, la nuova contrazione è un’occasione d’oro per colpire gli interessi dei produttori statunitensi di shale oil.

Il Primo Ministro della Federazione Russa, Michail Vladimirovič Mišustin, ha dichiarato che un abbassamento dei prezzi del petrolio, sfavorevole per i Paesi costretti a mantenere un prezzo più elevato a barile, e un rublo indebolito, quindi più attrattivo per i mercati stranieri, avvantaggiano l’economia russa.

“Questo — ha aggiunto — crea opportunità, principalmente associate ai programmi di sostituzione delle importazioni. Ora stiamo lavorando ad ulteriori misure per approfondire la sostituzione delle importazioni nell’industria e nell’agricoltura, ampliando le opportunità di esportazione di prodotti e prodotti high-tech non primari”.

Il 1 aprile terminerà l’estensione dell’accordo attuale e, con esso, gli impegni dei paesi produttori.

 

di Diana Sofia Ciambrone

Coronavirus, una minaccia alla crescita economica della Russia nello scenario internazionale

L’epidemia di coronavirus si sta profilando come la prima seria prova della stabilità della Russia. In questo momento di emergenza sanitaria globale, il Paese si trova in serie difficoltà per quanto riguarda l’attuazione del suo piano di crescita economica prefissato per i prossimi mesi, al fine di ampliare gli obiettivi di stabilità che la politica economica russa ha acquisito nel 2014 come suo fondamento.

L’ex-Ministro delle Finanze russo Anton Siluanov ha rassicurato sull’inalterata capacità della Russia di portare avanti le misure stabilite per aumentare la spesa di 1,3 punti percentuali, al fine di riacquisire una crescita del PIL ampiamente superiore al 2%. Ma il Ministero dell’Economia ha dichiarato che la previsione di crescita per l’anno è notevolmente ridotta.

Le misure di stimolo fiscale messe in atto per sostenere il piano di crescita programmato per il futuro potrebbero non risultare idonee nemmeno per fronteggiare la situazione attuale. Infatti, i precedenti anni di austerità e la spinta fiscale rischiano di non portare al risultato auspicato: l’impatto positivo che sicuramente si riscontrerà per quanto riguarda la crescita dell’economia interna, sarà presumibilmente controbilanciato dal rischio rappresentato dall’inevitabile recessione dell’economia globale causata dall’emergenza Covid-19, che impatta profondamente sui mercati finanziari promettendo una performance tra le peggiori dalla crisi economica mondiale del 2008.

Precedentemente allo scoppio della pandemia, la Banca di Russia aveva previsto che il contributo alla ripresa, apportato dalla componente di esportazione, di 0,6 punti percentuali sarebbe stato decisivo al raggiungimento del tasso di crescita sperato. Aspettative decisamente ridimensionate negli ultimi giorni da parte degli economisti dell’Alfa-Bank di Mosca i quali dichiarano che ci si aspetta una crescita contenuta dell’1,8% su base annua.

In uno scenario post-Covid-19, l’auspicato rilancio portato dalle esportazioni, visto il calo del commercio a livello globale e il rallentamento economico dei maggiori partner commerciali della Russia, quali la Cina e l’Unione Europea, potrebbe addirittura rivelarsi negativo.

Per quanto riguarda la politica monetaria, la Banca Centrale Russa (CBR) deve ora fronteggiare una situazione di instabilità dei mercati e un’economia globale in fase di indebolimento. Il Governatore della CBR Elvira Nabiullina ha disatteso le aspettative degli analisti, convinti che si sarebbe riusciti a far fronte alle problematiche con un ulteriore taglio dei tassi d’interesse. Il rilancio dell’economia non può partire dalla CBR, in quanto manovre di espansione della politica monetaria si scontrano con il timore di indebolire ulteriormente la moneta e di alimentare l’inflazione, già al di sotto del limite prefissato del 4%. Occorre uno spostamento verso posizioni più conservatrici per far fronte all’elevata volatilità del rublo.

Il coronavirus avrebbe ricadute consistenti anche per quanto riguarda la domanda e il conseguente prezzo del petrolio: negli ultimi giorni la necessità è quella di limitarne l’offerta e impedire così il crollo del prezzo.

I membri dell’OPEC e la Russia si sono incontrati a Vienna per discutere su come stabilizzare il costo della merce e mettere a punto tagli all’offerta volti a mitigare il drastico calo della domanda causato dall’epidemia globale. Ma la Russia non accoglie la richiesta dei tagli sulla propria produzione di petrolio, probabilmente attuando una ritorsione nei confronti degli Stati Uniti a causa delle sanzioni emanate da questi a seguito dell’ingerenza russa nelle elezioni americane.

La reazione della compagnia petrolifera statale dell’Arabia Saudita, la Saudi Aramco, è stata quella di tagliare i prezzi del greggio annunciando ulteriori provvedimenti per il mese di aprile, tra cui un incremento della produzione e il calo del prezzo di vendita agli Stati Uniti, all’Asia e all’Europa.

La guerra tra le due potenze mondiali nella produzione di petrolio ha scosso i mercati globali questa settimana, con prezzi in continuo calo, il quale ammonta al momento a 30%, e potrebbe toccare minimi mai più registrati dagli anni Novanta.

L’impatto sull’economia russa finora è contenuto, essendo le esportazioni di petrolio verso l’Asia rimaste quasi invariate a febbraio, ad eccezione di una leggera flessione. Ma l’economia russa potrebbe presto essere destabilizzata, in base alla magnitudine dello shock provocato; se il prezzo del petrolio in rubli continuerà a scendere si giungerà a un ulteriore deprezzamento della valuta.

Sebbene possa avere un bilancio molto solido, ciò non rende la Russia indipendente dai prezzi dell’energia a livello mondiale. Per quanto riguarda l’ambizioso piano di crescita economica russo, è ammissibile la necessità di ridimensionare le aspettative per l’anno corrente.

di Vittoria Scioli

Erdogan e Putin d’accordo, a Idlib entra in vigore la “pace armata”

Dalla mezzanotte di ieri è entrato in vigore il cessato il fuoco nell’area nord-occidentale della Siria, dove si erano verificati violenti scontri tra le forze dell’Esercito Arabo Siriano e le forze armate turche, appoggiate da diversi gruppi di miliziani. Le forze siriane erano avanzate nella zona con il supporto dell’esercito russo, riuscendo ad occupare territori che erano stati perduti nelle prime fasi della guerra. Russia e Turchia, dopo alcuni dissapori in merito alla vicenda libica, erano tornate sul filo dell’incidente diplomatico per la situazione ad Idlib, eventualità che sembra sventata in seguito ai colloqui del 5 marzo, tenutisi al Cremlino.

Dopo avere accusato Assad di aver infranto gli accordi di non avanzare nell’area, Erdogan ha tuttavia affermato che la cooperazione con Mosca “rimane ad un alto livello”, nonostante “non sempre concordiamo su tutto”. Il cessate il fuoco prevede un corridoio di sicurezza di 6km lungo l’autostrada M4 Latakia-Aleppo per permettere le evacuazioni, sorvegliato da un coordinamento russo-turco. L’accordo ha ricevuto l’appoggio sia di Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, che di Josep Borrel, Alto rappresentate dell’UE per gli affari esteri. Nelle giornate di ieri ed oggi, nessun aereo militare ha volato nei cieli di Idlib.

Già nel 2018 i due leader si erano incontrati a Sochi per stabilire la de-escalation nella zona di Idlib, durata fino al febbraio di quest’anno. Le truppe dei rispettivi attori rimangono tuttavia sul territorio e allo stato attuale 8 dei 12 checkpoint militari turchi nella zona rimangono circondati dalle truppe siriane. La tregua è ancora precaria e non si possono escludere nuove escalation nei prossimi giorni.

La cooperazione russo-turca comporta interessi molto grandi e le tensioni non sono auspicabili da nessuno dei due Stati. In primis, Ankara controlla il choke point del Bosforo che consente alla marina russa di muoversi tra Mediterraneo e Mar Nero. Le relazioni interessano tutti gli ambiti, dal piano economico a quello militare. In molti ricorderanno il caso internazionale di pochi mesi fa, quando Erdogan aveva preferito il sistema di difesa missilistica S400 al corrispettivo americano, unico stato NATO ad aver affidato il settore al Cremlino. Anche gli interessi energetici sono di grande importanza, con il progetto di costruzione del nuovo gasdotto Turkstream, con cui Mosca può portare gas all’Europa aggirando l’area dell’Ucraina.

di Francesco Dalmazio Casini